Governance globale: perché la Cina è sempre più centrale e perché l’Europa deve comprenderlo

2026-01-23 00:00:00|CRI online

Europa e Cina hanno visto crescere in maniera significativa gli scambi bilaterali. I dati mostrano che negli ultimi 50 anni il commercio annuale è aumentato da 2,4 miliardi di dollari a oltre 780, mentre gli investimenti reciproci sono cresciuti fino a superare i 260 miliardi di dollari. Per questo, quando l’Europa riflette sul suo futuro, non può prescindere da una strategia che tenga conto del rapporto con la Cina. Al recente Understanding China Conference di Guangzhou, un Forum che ha riunito circa 800 partecipanti tra studiosi, diplomatici e rappresentanti istituzionali, l'ex Primo ministro italiano Romano Prodi ha sottolineato l'importanza della Cina nel promuovere la cooperazione internazionale: «in passato - ha dichiarato l’ex presidente della Commissione Europea - gran parte della cooperazione internazionale è stata facilitata dagli Stati Uniti, ma oggi la Cina svolge un ruolo sempre più importante sulla scena internazionale».

Sono proprio i numeri a dare ragione alle valutazioni dell’ex premier italiano. La Cina ha consolidato una strategia basata sull'integrazione tra canali bilaterali e multilaterali che ha contribuito a trasformare la governance economica mondiale. Pechino è attualmente il maggior creditore sovrano globale per il finanziamento allo sviluppo. Attraverso istituzioni come la China Development Bank e la China Exim Bank, gestisce impegni annuali stimati da AidData in circa 85 miliardi di dollari, superando spesso i volumi erogati dagli Stati Uniti.

Tra il 2008 e il 2019 la Cina ha erogato oltre 830 miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti, finanziando circa ventimila progetti in 165 paesi.

In diversi casi, questi investimenti hanno coperto carenze infrastrutturali che le banche di sviluppo occidentali non erano state in grado di colmare, con previsioni di crescita del PIL dei paesi coinvolti intorno all'1,5% grazie al miglioramento dei trasporti (secondo la ricerca di K4D).

Lo diciamo in maniera chiara, perché rappresenta il cuore del contributo cinese alla governance globale: questo processo ha permesso a paesi in via di sviluppo di contare di più (oltre che svilupparsi prima) a livello globale, determinando così uno dei più silenziosi, ma non per questo meno importanti, processi di democratizzazione delle relazioni internazionali degli ultimi decenni.

I dati sui flussi di credito dal 2008 mostrano uno spostamento verso le relazioni Sud-Sud. Il modello proposto si differenzia da quello neoliberale classico perché privilegia gli investimenti in infrastrutture fisiche ed una crescita non legata alla formazione di oligopoli, senza ingerenze negli affari interni dei paesi beneficiari. Questo sistema permette ai paesi in via di sviluppo di avere alternative concrete ai finanziamenti occidentali, aumentando il loro spazio di negoziazione nelle sedi internazionali.

Ma Pechino non manca di rafforzare anche gli organismi multilaterali, come strumento di governance globale condivisa, a partire dalle Nazioni Unite. La Repubblica Popolare è oggi il secondo contribuente sia per quanto riguarda il bilancio ordinario dell'ONU, sia per le quote destinate alle operazioni di peacekeeping, arrivando a coprire circa il 15% dei costi totali.

Tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, la Cina è il primo contributore di truppe per le missioni dei caschi blu. I numeri documentano una crescita costante: secondo il Ministero della Difesa cinese, dal 1990 la Cina ha inviato oltre 50.000 militari in missioni di peacekeeping ONU in più di 20 paesi e regioni. Attualmente i peacekeeper cinesi operativi sono quasi 2.000, distribuiti in sei diverse missioni ONU.

Ma l’accresciuto ruolo di Pechino nella governance globale emerge anche in un altro settore strategico, come quello della sicurezza che, nella visione cinese, non va intesa solo in modo classico, ma anche integrando tecnologia, sovranità statale e infrastrutture. Al centro di questa strategia vi è la sovranità digitale, intesa come diritto degli Stati al controllo del proprio spazio internet, un principio promosso nei negoziati ONU sulla sicurezza informatica con il crescente sostegno dei paesi in via di sviluppo.

Sul piano operativo, la Global Data Security Initiative (GDSI) propone standard comuni per la sicurezza dei dati e limiti all'uso extraterritoriale delle informazioni, trovando l'appoggio di ASEAN e Lega Araba. Contemporaneamente, la Via della Seta Digitale fornisce infrastrutture critiche — dai cavi sottomarini al 5G — che portano i paesi partner verso standard tecnici e procedure di sicurezza che non siano la mera importazione dei modelli occidentali.

Lo ripetiamo ormai da tempo: di fronte agli Stati Uniti che sempre più apertamente forzano regole, istituzioni e alleanze per difendere una supremazia in difficoltà, la Cina sceglie una strada diversa: consolidare il multilateralismo, rafforzare le sedi internazionali, offrire strumenti concreti di cooperazione economica e di sicurezza. È su questo terreno che si gioca una partita decisiva per l’Europa.